Il felino come centro dell'universo
Fa discutere il cane transgenico clonato in Sud Corea che si accende se illuminato da luce UV: cura per l'alzheimer o sensazionalismo? La risposta aspettando gli asini che volano...
Si chiama Tegon e all'apparenza è un normalissimo cucciolo di beagle. Ma se lo si illumina al buio con una speciale lampada ultravioletta, dopo avergli somministrato un antibiotico, diventa verde fluorescente. A "regalargli" questa particolarità è la mutazione di un gene specifico che un gruppo di ricercatori sudcoreani ha introdotto nel suo DNA al momento di crearlo in laboratorio (qui lo studio pubblicato sulla rivista Genesis). Tegon, insomma, è un cane transgenico. Il primo dell'era post-clonazione.
Sembra passato un secolo dalla pecora Dolly e di animali clonati, da allora ne sono venuti parecchi. Non tutti uguali, ovviamente: ogni volta gli scienziati sperimentano qualcosa di nuovo. "Piccoli passi di un unico cammino che porterà la scienza lontano", dicono gli interessati. "Aberrazioni mentali di persone che credono di essere Dio" replicano gli scettici. Ad essere messa in discussione non è la scienza in toto, né la sua necessità di sperimentare per dare risposte concrete ai bisogni dell'uomo. È evidente, tuttavia, che certe "creazioni" di laboratorio sono così "spettacolari" nella loro "mostruosità", che è davvero difficile vederne un utilità diversa da quella di far parlare di sé. Lo si intuisce anche dai cori di proteste che si sollevano ad ogni uscita di un nuovo frutto della clonazione animale.
ANIMALISTI CONTRO. Tegon, almeno in questo, non fa eccezione. La sua nascita, ma sarebbe più esatto dire la sua creazione, sta facendo discutere parecchio. I ricercatori sudcoreani si difendono dicendo che «sarà utile alla ricerca sulle malattie neurodegenerative come l'Alzheimer o il Parkinson», ma secondo gli animalisti è solo un «simbolo, l'ennesimo, dell'aberrazione mentale umana».
«Ieri i topi che fabbricano organi umani, oggi i cani fluorescenti e domani ... sarà forse il turno degli asini che volano?», commenta, provocatoriamente, ad esempio Ilaria Ferri, direttore scientifico dell'Enpa, che aggiunge: «Al di là del sarcasmo, la tragica realtà è che questi esperimenti così bizzarri, degni di una "bottega degli orrori", sono sadici e non servono a nulla se non a illudere i malati.» «Ricordo, infatti, che, nonostante il convincimento di certi scienziati, il "modello" animale è profondamente diverso da quello umano - prosegue Ferri -. Del resto, se così non fosse che bisogno ci sarebbe di ripetere, spesso con esiti disastrosi, gli stessi esperimenti anche sui pazienti umani?»
I progressi della scienza medica e della farmacopea possono essere garantiti con ben noti ed efficaci metodi sostitutivi quali la tossico genomica - vale a dire il metodo attraverso il quale viene misurato il livello di tossicità di qualunque sostanza ponendola a contatto con il Dna di una cellula -, i test in vitro o con l'utilizzo di validissime simulazioni computerizzate. «A dispetto di ciò si continua a percorrere pedissequamente una vecchia strada perché, come affermano autorevoli scienziati, tra cui non posso non ricordare il biologo italiano Gianni Tamino, il tossicologo molecolare Claude Reiss, il presidente dell'associazione internazionale veterinari per i diritti degli animali, Andrew knight, la sperimentazione animale serve ad alimentare i profitti delle multinazionali che la finanziano.» «Tanto meglio dunque se i "risultati" sono utili a fomentare il sensazionalismo, come nel caso del povero Tegon - conclude Ferri -. Peccato però che a pagare il contro delle multinazionali siano non solo gli animali ma i malati stessi che attendono una cura per numerose patologie, alle quali la scienza medica, piegata sulla sperimentazione, non sa ancora dare una risposta.»
È di questo avviso è anche la biologa, responsabile Lav vivisezione, Michela Kuan. «Il nuovo esperimento - dice, - è stato giustificato per le possibili applicazioni in campo medico, considerando i 268 geni che accomunano uomo e cane. Ma si tratta di una posizione che lascia troppe perplessità dal punto di vista scientifico, infatti - spiega - non menziona il dato che i geni umani sono almeno 60 mila e i cromosomi 46 mentre nel cane ben 78, ottenendo una distanza genetica enorme che si traduce in diversità anatomiche, fisiologiche e comportamentali evidenti». Secondo Kuan, le patologie per le quali gli scienziati vogliono usare Tegon come modello, ammesso e non concesso che sopravviva, «nella nostra specie sono frutto di molteplici parametri in gran parte ancora sconosciuti e nel cane nemmeno insorgono». Troppo complesse, insomma, per far sembrare credibile la giustificazione degli scienziati a questo esperimento.
«Sarebbe molto più fruttuoso alimentare la ricerca sull'uomo, unico vero modello attendibile e predittivo - ad esempio attraverso investigazioni epidemiologiche e tecniche di imaging - piuttosto che continuare ad alimentare campi di ricerca con indici fallimentari elevati e troppo distanti da una concreta applicazione», conclude la biologa. La Lav ricorda che «nessuna legge obbliga l'utilizzo di cani in quest'area scientifica ed è inaccettabile vedere autorizzati esperimenti inutili e immorali che utilizzano animali come semplici involucri smontabili e si allontanano irrimediabilmente dal lodevole fine della ricerca per la salute umana».
Gentile Emanuela, "come viene percepita una notizia" dipendende in larga parte da come la stampa ce la presenta, soprattutto quando fa riferimento a conoscenze al di fuori del nostro normale campo d'esperienza, e per le quali siamo portati ad "indossare" l'opinione di chi ce le racconta.
A questo proposito, vorrei segnalarle un altro modo di vedere la stessa notizia, che mi sembra più rispettoso del lavoro dei ricercatori. Consiglio quindi a lei e i suoi lettori questo articolo: http://www.molecularlab.it/omgscience/?p=882
Grazie e buon lavoro,
Giorgio
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alle 22:39
Emanuela Zerbinatti
Credi sia stata tendenziosa nel mio modo di proporre la notizia? So bene che la fluorescenza è un marker per poi seguire dove e come i geni di interesse verranno espressi. Tuttavia è vero che certe volte anche gli scienzaiti si attaccano un po' a queste "fluorescenze" perché anche se di fatto la ricerca non è quello, quello richiamerà attenzione dei non esperti, scatenerà polemiche e, in definitiva tirerà pubblico sulla ricerca? Te lo dico perché molte università preparano i comunicati stampa che poi girano alle agenzie per lanciare uno stidio pubbliacato su una rivista che se poi uno andasse a leggerli davvero capirebbe che il comunicato per il pubblico generalista dice una cosa e la ricerca ne dice altre (non tutti ovviamente). I ricercatori hanno insomma capito come funziona il mondo della comunicazione e come sfruttarla per orientare i fondi. Non ci sono solo giornalisti ignoranti e deficienti: c'è anche chi si approfitta di pubblico e giornalisti. Io sono medico ma prima della laurea mi sono diplomata come perito chimico-biologico. Ho lavorato in centri di ricerca e ho visto e fatto cose che a volte preferirei non aver fatto. Una parte di me cerca di convincersi che è necessario per poter un giorno curare le persone, che c'è comunque un'etica, niente violenze gratuite e inutili, ecc, ecc. Ma poi continuo a chiedermi: ma siamo proprio sicuri? o ci stiamo raccontando tante balle perché è la soluzione più facile? Poi vedo certi trucchetti e penso che le balle i ricercatori le sanno dire, quindi....
Interessante comunque il tuo articolo.